Natura e caratteristiche di pregiudizi e stereotipi

Alberto Pellegrino
Sociologo

I pregiudizi sono giudizi errati o imprecisi formulati in modo superficiale senza la conoscenza approfondita di un problema. Si tratta di opinione preconcette nei confronti di venti, individui o gruppi, che portano ad assumere atteggiamenti scorretti nel momento in cui si devono stabilire dei rapporti sociali. Gli stereotipi sono delle grossolane semplificazioni e delle rigide rappresentazioni della realtà legate al fatto che spesso la mente umana non è in grado di acquisire, analizzare e comprendere la complessa e infinita varietà di sfumature del mondo. essi svolgono una funzione difensiva, perché garantiscono la conservazione delle posizioni sociali acquisite da un individuo all’interno o all’esterno di un gruppo; nello tempo servono a proteggere da mutamenti indesiderati l’organizzazione sociale. Pregiudizi e stereotipi non si formano in modo casuale o per una momentanea scelta arbitraria, ma so una parte integrante della cultura di un gruppo, in quanto si costituiscono e sono utilizzati dai singoli individui attraverso un lungo processo di socializzazione.

I pregiudizi e gli stereotipi sono presenti nella personalità e nel patrimonio culturale di un individuo e dei gruppi sociali di piccole o grandi dimensioni; essi si traducono in modi di pensare e in comportamenti concreti che incidono sulla vita quotidiana sotto forma di atteggiamenti, affermazioni, competizioni o addirittura conflitti.

I pregiudizi sono giudizi errati o imprecisi formulati in modo superficiale, perché non sono basati su una conoscenza approfondita di un determinato problema e portano ad assumere atteggiamenti scorretti nel momento in cui si devono stabilire dei rapporti sociali. Si tratta di opinioni preconcette orientate in senso favorevole o sfavorevole nei confronti di eventi, individui o gruppi,

Gli stereotipi sono delle grossolane semplificazioni e delle rigide rappresentazioni della realtà con le quale ogni individuo quotidianamente interagisce, perché spesso la mente umana non è in grado di acquisire, analizzare e comprendere la complessità e l’infinita varietà di sfumature del mondo. Essi svolgono una funzione difensiva, perché garantiscono la conservazione delle posizioni sociali acquisite da un individuo all’interno o all’esterno di un gruppo; nello stesso tempo servono a proteggere un’organizzazione sociale da mutamenti indesiderati. Non si formano in modo casuale o per una scelta arbitraria, perché sono una parte integrante della cultura di un gruppo, in quanto si costituiscono e sono utilizzati dai singoli individui attraverso un lungo processo di socializzazione.

Gli stereotipi hanno la capacità di orientare e alterare la valutazione dei dati che arrivano dalla società e tendono a consolidarsi e a riprodursi quando sono ignorate o neutralizzate quelle informazioni che contraddicono quelle precedentemente acquisite e accettate. Essi mostrano una maggiore rigidità quando sono profondamente radicati nella cultura o nella personalità di un individuo, mentre sono meno rigidi nel caso di fenomeni passeggeri facilmente rimovibili, oppure se esiste la volontà da parte del soggetto di eliminarli una volta individuati gli errori che li hanno determinati.

Gli stereotipi si basano sulla capacità della mente di organizzare e selezionare delle informazioni che si trasformano in un rigido insieme in idee semplificate e di credenze negative che determinati individui o gruppi condividono in opposizione ad altri individui, gruppi o categorie sociali. Sono pertanto strettamente collegati ai pregiudizi, in quanto costituiscono il loro nucleo cognitivo formato da un insieme d’informazioni e di conoscenze che riguardano diversi aspetti della società e che sono rielaborate in modo organico in modo da produrre e mantenere i pregiudizi

Il peso assunto dagli stereotipi può essere stabilito analizzando il grado di condivisione sociale, cioè il livello di diffusione e condivisione di una certa immagine positiva o negativa nei confronti di una determinata cultura e di un’intera società. Più è ampia la condivisione all’interno dei gruppi sociali, più sono omogenee le forme di ostilità verso determinate minoranze, maggiore è la rigidità e la resistenza al mutamento negli stereotipi. Sono invece da ritenere più rari gli stereotipi elaborati da singoli individui che hanno il potere di influenzare in modo più o meno marcato il loro comportamento. Va preso in considerazione anche il livello di generalizzazione degli stereotipi, perché è possibile capire quanto essi siano diffusi in maniera più o meno omogenea: si può essere convinti che tutti gli individui appartenenti a un gruppo presentino specifiche caratteristiche negative, oppure si può stabilire di volta in volta quando un individuo corrisponda o meno a queste caratteristiche.

Gli stereotipi possono essere cognitivi se hanno origine dal processo di semplificazione e sistematizzazione della complessa quantità di informazioni immagazzinate da ogni individuo prima di entrare a far parte del suo patrimonio culturale, influenzando le sue conoscenze e i suoi comportamenti. Sono stereotipi sociali quelli costituiti da immagini mentali “condivise” da grandi masse, che riguardano istituzioni o categorie di persone molto ampie (ebrei, cristiani, bianchi, neri, donne, omosessuali, appartenenti a partiti politici, ecc.). Essi sono impiegati per spiegare eventi sociali complessi che si verificano su vasta scala, per giustificare azioni commesse contro altre persone, per differenziare in senso positivo il proprio gruppo da altri gruppi. Questi stereotipi servono a legittimare atti di violenza, tensioni e conflitti senza che tali comportamenti comportino una responsabilità personale, perché i singoli individui fanno proprie determinate spiegazioni sociali e culturali (come la difesa del bene supremo della patria), per cui si finisce per ritenere giuste delle situazioni conflittuali che vanno dall’intimidazione alla violenza fisica, dalla segregazione e alla messa al bando dell’altro, dai massacri allo sterminio di massa.

La teoria sociobiologica

La sociobiologia considera pregiudizi e stereotipi dei fenomeni “naturali” presenti in ogni essere umano, un’espressione di generica ostilità nei confronti di chi non si conosce ed è diverso da noi. Essi sono il risultato di un processo di selezione della specie determinato dall’istinto di lotta che nel corso dei secoli ha favorito la riproduzione degli individui più adatti a competere con gli altri per la conquista delle risorse e per la sopravvivenza. Attraverso la selezione naturale si è formata negli esseri umani una capacità di attacco o di fuga nei confronti di essere viventi appartenenti a specie diverse, mettendo in evidenza i ruoli di predatori e di prede.

L’istinto di aggressività si è sviluppato anche nei confronti dei membri della propria specie, quando sono visti come concorrenti per l’accaparramento delle risorse. Questa ostilità, nei confronti di chi è considerato un “diverso”, è quindi basata su un potente istinto che spinge l’individuo a riconoscersi in ristretti gruppi di simili, per cui l’appartenenza a un gruppo diventa l’elemento sufficiente per avere un atteggiamento positivo verso coloro che fanno parte dello stesso gruppo e un atteggiamento negativo nei confronti di chi appartiene a gruppi diversi. Secondo la sociobiologia, l’istinto di aggressività è talmente radicato nella natura umana da favorire il prodursi di pregiudizi e stereotipi che servono a giustificare l’ostilità contro ogni nemico reale, ma che può anche inventare nemici immaginari su cui scaricare la propria aggressività.

La sociobiologia, per controbilanciare l’istinto di aggressività, ha individuato negli esseri umani esiste un istinto di solidarietà di gruppo che non consente di vivere in un totale isolamento e che è opportuno di vivere in armonia con un ristretto numero di propri simili, perché lo stare insieme permette di affrontare meglio la lotta per la sopravvivenza e la riproduzione della specie, di coalizzarsi per lottare contro coloro che sono da considerare dei nemici. Questa naturale tendenza alla cooperazione comporta anche un atteggiamento positivo nei confronti del diverso a causa di una curiosità e di un orientamento verso il nuovo che rende gli individui disponibili ad aiutare il gruppo d’appartenenza e gli altri gruppi della stessa specie, assicurando una maggiore protezione all’intera società.

La selezione naturale ha fatto sviluppare da un lato l’istinto di protezione e di chiusura che spinge a difendere il proprio gruppo, a delimitare il territorio e a riconoscere solo i propri simili; dall’altro l’istinto di esplorazione e di apertura che fa nascere un interesse per la ricerca, la sperimentazione, la conoscenza del nuovo. Si ha un processo evolutivo equilibrato quando si raggiunge un perfetto bilanciamento tra questi due istinti: se dovesse prevalere l’istinto di protezione e chiusura, gli individui avrebbero minori occasioni per migliorare la propria vita; se dovesse prevalere la tendenza alla novità e all’apertura verso gli altri, si avrebbe una maggiore sviluppo dell’istinto di esplorazione e di conoscenza che si tradurrebbero in una cultura vantaggiosa per tutta la specie.

Le teorie sociobiologiche sono viste con sospetto o addirittura valutate in modo negativo, perché il ritenere pregiudizi e stereotipi il risultato di processi “normali” potrebbe fornire una visione rassicurante del problema e potrebbe comportare il rischio della deresponsabilizzazione individuale, convincendo i portatori di pregiudizi e di stereotipi a considerarsi delle persone “normali” e quindi immuni da certi comportamenti negativi. Quando si pensa di essere sempre dalla “parte giusta”, si finisce per ritenere “oggettivamente” valide certe manifestazioni di ostilità nei confronti degli altri, per cui si tende a far passare questi atteggiamenti come una valutazione neutra dei fatti reali, mentre si tratta di pregiudizi e stereotipi che si annidano dietro lo schermo della razionalità e provocano effettivi danni sociali.

La teoria psicologica

Secondo la psicologia sociale, pregiudizi e stereotipi sono dei sentimenti fondati su false generalizzazioni, che possono essere sentiti interiormente o espressi apertamente nei confronti di un individuo o di un intero gruppo. In ogni caso si tratta di un giudizio negativo a priori formulato per ragioni politiche, tecniche, religiose e professionali, il quale sfocia in un atteggiamento negativo ingiustificato verso un individuo solo perché appartiene a un particolare gruppo sociale o a una diversa etnia. Questi giudizi e atteggiamenti si fondano su una dimensione valutativa basata sull’attribuzione di una serie di valori che costituiscono una scala gerarchica secondo la quale certi gruppi sono definiti in termini positivi e altri in termini negativi. Questo insieme di valutazioni può assumere una dimensione comportamentale, quando si traduce in comportamenti differenti nei confronti di individui o gruppi sociali a seconda dei valori ad essi attribuiti.

Secondo le teorie psicologiche pregiudizi e stereotipi sono considerati una delle caratteristiche della mente umana, perché rientrano nel processo di categorizzazione, un’operazione collegata al nostro sistema cognitivo per raccogliere, elaborare e classificare una vasta quantità d’informazioni provenienti dal mondo esterno, tra le quali vi sono anche i pregiudizi e gli stereotipi che costituiscono una parte integrante dei processi mentali consci e inconsci dell’individuo.

Di fronte all’estrema complessità del mondo e all’enorme quantità di informazioni esistenti, l’individuo avverte la necessità di semplificare e classificare la massa di nozioni recepite, raggruppandole per insiemi omogenei (categorie), i quali costituiscono uno strumento di classificazione del mondo. Le categorie rappresentano un mezzo necessario per conoscere gli eventi e per comunicare con gli altri attraverso un processo di astrazione e di generalizzazione che serve all’individuo a raggruppare gli oggetti per classi e per assegnare loro un nome valido per il loro riconoscimento. Questo processo viene applicato anche per classificare gli esseri umani, attribuendo ai singoli le caratteristiche che definiscono una categoria.

L’omogeneità è un requisito fondamentale per costruire una categoria utile a valutare un intero gruppo come un’unica entità senza dover elaborare delle apposite informazioni per ogni singolo componente. Di solito si tende a forzare questo tipo di omogeneità, considerando i gruppi più omogenei di quanto lo siano in realtà ed è proprio questa forzatura a produrre pregiudizi e stereotipi, nel caso si valutino i tratti fisici e psicologici, le qualità morali e l’appartenenza sociale di una persona per marcare confini, stabilire disuguaglianze, confermare o escludere determinate relazioni sociali. Questa estensione dalle caratteristiche oggettive alle caratteristiche soggettive si verifica quando si vuole valutare con rapidità le qualità e i possibili comportamenti di altre persone, in modo da stabilire delle relazioni utili per interagire. Un’operazione del genere richiederebbe l’esame di una grande quantità d’informazioni per giudicare un’interazione negativa o addirittura pericolosa; si dovrebbe in questo caso vagliare una grande quantità di dati, per cui si preferisce saltare un processo lungo e faticoso.

Si attiva allora un processo d’inferenza per stabilire una corrispondenza tra i dati immediatamente rilevabili e le caratteristiche comportamentali più nascoste. Questo modo di procedere comunemente per orientare le nostre scelte e le nostre interazioni, ma può indurre a commettere errori anche gravi: per esempio, si preferisce interagire con persone che, secondo il nostro sistema d’inferenza, sono in possesso di quelle caratteristiche che c’interessano o che sono simili alle nostre. Nel caso di pregiudizi e stereotipi si tende a fare un uso distorto dell’inferenza, perché si collegano in modo arbitrario caratteristiche oggettive e di appartenenza sociale con caratteristiche personali come l’età, l’aspetto fisico, il sesso, la professione.

I pregiudizi e gli stereotipi, che spingono spesso a provare ostilità nei confronti di altri, trovano una loro spiegazione nella teoria del capro espiatorio, secondo la quale alcune minoranze diventano un bersaglio su cui scaricare le proprie tensioni psichiche, i propri conflitti interiori stratificati nel tempo a causa di frustrazioni subite nella vita quotidiana (processo di proiezione). Queste tensioni si possono tradurre in forme di aggressività verso chi è ritenuto la causa della frustrazione o un ostacolo per il raggiungimento dei propri scopi: la causa della frustrazione può essere individuata in una persona specifica (un superiore gerarchico, un uomo politico, un docente, ecc.), in un soggetto dal quale si dipende affettivamente (i genitori), in un gruppo sociale o nell’intera società. A volte si attribuiscono alle minoranze delle caratteristiche negative che si è soliti reprimere in noi stessi, proiettando su altri soggetti quegli istinti negativi che sfuggono al proprio controllo interiore: perfidia, furbizia, attitudine a delinquere, violenza, volontà di nuocere in maniera organizzata.

Pregiudizi e stereotipi risultano, infine, difficilmente modificabili, quando si basano su valori e norme di comportamento molto “resistenti” malgrado siano palesemente basati su elementi infondati. In questi casi il cambiamento appare difficoltoso, poiché richiederebbe una rettifica del proprio modo di pensare e dei propri comportamenti e sarebbe avvertito come una minaccia per quel sistema di valori a cui un pregiudizio o uno stereotipo sono saldamente ancorati.

La teoria sociologica

La sociologia, per spiegare l’esistenza di pregiudizi e stereotipi, sposta l’attenzione sull’appartenenza socioculturale e sulle dinamiche sociali, perché ogni individuo avverte il bisogno di far parte di un determinato gruppo per sentirsi integrato in un insieme omogeneo di persone, le quali risultano legate dagli stessi scopi, da una comune visione del mondo, dai medesimi valori e dalle stesse finalità. Questo comune senso di appartenenza fornisce all’individuo protezione e sostegno non solo in occasioni eccezionali ma nella vita quotidiana, per cui far parte di un gruppo e di una comunità significa ricevere una continua conferma dei propri modelli culturali; permette di dare un senso alle proprie azioni; consente di rafforzare un sistema di regole condivise e capaci di offrire protezione; favorisce lo sviluppo di progetti per il futuro.

Pregiudizi e stereotipi derivano da un distorto senso di appartenenza che incide negativamente sulle dinamiche d’identità collettiva e sui rapporti fra i gruppi. Risulta particolarmente negativo concepire l’appartenenza come etnocentrismo, il quale porta a considerare la propria cultura come il centro del mondo, mentre tutte le altre culture sono giudicate inferiori e pericolose. Si può così sviluppare un’identità personale e collettiva di segno negativo, perché esalta al massimo le radici comuni, la superiorità di gruppo e specifici simboli che sono adottati come segno distintivo di questa identità superiore. L’esaltazione etnocentrica comporta di solito l’individuazione e la sanzione dei diversi, che sono classificati come “nemici” e sono considerati una minaccia alla omogeneità e alla sopravvivenza del gruppo stesso, in quanto appartengono ad altri gruppi, condividono altri modelli culturali, mettono in discussione l’identità del gruppo e la sua visione del mondo. L’etnocentrismo porta a individuare come un dovere la difesa della propria cultura, della propria religione, dei propri assetti economici e politici contro nemici a volte completamente inventati, sacrificando o ignorando valori come la solidarietà, l’uguaglianza, il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri.

Secondo la teoria della costruzione sociale, pregiudizi e stereotipi sono una sedimentazione di conoscenze e di memorie collettive, una specie di archivio storico con il quale una comunità concepisce e spiega le relazioni tra i gruppi secondo un codice condiviso di simboli d’interpretazione che permette ai pregiudizi e agli stereotipi di spostarsi dal perché al come si realizzano, si riproducono e si diffondono.

Per la teoria della costruzione sociale la realtà è una massa infinita e indistinta di eventi che non hanno un significato proprio ed è l’individuo, che attraverso il processo di conoscenza, seleziona gli eventi da una massa infinita d’informazioni; assegna loro un nome e una descrizione ai fini della comunicazione con i propri simili. La classificazione degli eventi per categorie non è quindi una costruzione individuale ma collettiva, che si attua attraverso la comunicazione, pertanto le pratiche comunicative rappresentano uno dei principali veicoli di diffusione di pregiudizi e stereotipi, i quali si riproducono attraverso i mezzi di comunicazione di massa e la comunicazione interpersonale. Pregiudizi e stereotipi acquistano forza soprattutto attraverso le tecniche della comunicazione persuasiva, basata sulle argomentazioni usate a sostegno di determinate interpretazioni dei fatti e impiegate per rapportarsi a eventi significativi.

Tenere conto solo dei processi di comunicazione può comportare il rischio di perdere di vista il contributo fornito sia dai processi mentali, sia dalle cause politiche e sociali che sono alla base dell’uso ideologico del pregiudizio. Allo stesso modo il concentrarsi sulla creazione e diffusione di pregiudizi e stereotipi soltanto sotto il profilo psicologico porterebbe a trascurare le ragioni sociali della loro formazione, renderebbe difficoltoso comprendere le cause che determinano la loro nascita in un dato momento storico e in uno specifico contesto sociale, culturale, economico e politico. Si correrebbe il rischio di non capire le motivazioni che incidono sulle interazioni quotidiane e sullo spazio vitale di ogni individuo che mette in atto o subisce gli effetti negativi di pregiudizi e stereotipi.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.