L’arte classica come fonte storiografica dell’assistenza e della cura

Giordano Cotichelli
Corso di Laurea in Infermieristica
Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Politecnica delle Marche

Sthenelos_bandaging_the_wounded_finger_of_Diomedes

Fig. 1: Stenelo benda il dito di Diomede, specchio etrusco V sec. A.C.

In uno specchio etrusco del V secolo A.C. (Fig. 1) è raffigurata la scena del bendaggio di una ferita. Due i soggetti: uno, a sinistra dell’osservatore, è intento nel fasciare un dito dell’altro personaggio che appare come un guerriero. Uno sguardo veloce e superficiale potrebbe far pensare alla figurazione di un infermiere della sanità militare del tempo che medica un soldato ferito, mentre in realtà non è altro che il disegno di un passaggio dell’Iliade (v. 95 – 113), dove Stenelo viene chiamato dall’amico Diomede a togliergli una freccia dalla spalla. Stenelo è un auriga, un conduttore del carro da battaglia dell’antichità e, anche se si presta a bendare la ferita del suo compagno d’arme, ha poco a che fare con le pratiche sanitarie. La scena appare quasi con un significato allegorico – un dito fasciato al posto del braccio – pur conservando il merito di suggerire una interpretazione articolata che parla del contesto in cui si svolge la scena, quello di un campo di battaglia, dove Diomede continua a mantenere in mano, seppur ferito, lancia e scudo e a calzare l’elmo di protezione al contrario di Stenelo che lo ha tolto per poter accudire l’amico.

Di tutt’altro genere invece è l’immagine presente in uno skiphos (bicchiere a due manici) del 440 a.C. in cui si vede la vecchia balia Euriclea che, mentre sta lavando il piede ad un ospite sconosciuto, vi riconosce il suo Ulisse, grazie alla cicatrice procurata nel passato da un cinghiale. In entrambe le scene viene mostrato un senso di prossimità e di cura, attenzione relazionale e risposta ad un bisogno in una sorta di micro-universo arcaico dell’assistenza in cui però si presentano due distinti contesti di riferimento: il primo legato al mondo militare, l’altro a quello domestico. Entrambi strettamente correlati ad una lettura di genere dell’assistenza abbastanza rigida di cui l’arte classica, greca e romana, offre una moltitudine di fonti di indubbia utilità storiografica.

Sul piano militare storie e rappresentazioni di combattimenti ed eventi bellici si accompagnano puntualmente a raffigurazioni di compagni d’arme feriti, soccorsi, curati e bendati. Alcuni riferimenti, a titolo meramente semplificativo, si uniscono alla testimonianza del bendaggio di Stenelo. Si può ritrovare così una medesima scena che vede come protagonisti questa volta Achille che benda l’amico Patroclo ferito ad un braccio, così come è dipinto in una coppa (kylix) del VI secolo, conservata al Staatliche Museen di Berlino. E sempre Achille compare poi in un bassorilievo ad Ercolano in cui, secondo la ritualità della magia simpatetica (solo chi ha procurato una lesione può farla guarire), cura Telefo, figlio di Eracle[1], precedentemente ferito da lui stesso. Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è conservato un affresco in cui si vede uno stoico Enea curato da Iapige, il quale gli estrae una freccia dalla coscia. Infine, rimanendo sempre all’età classica, ma nel mondo romano, nella sequenza circolare della colonna traiana, relativa alla campagna contro i Daci (101 – 106), si possono notare ad un certo punto tre figure intente a medicare due commilitoni feriti. Difficile stabilire se siano medici o infermieri. Del resto se le fonti artistiche del mondo classico offrono molti spunti di analisi della vita e delle conoscenze di allora, riuscire a codificare figure e professionalità, competenze e saperi, relativi al mondo sanitario, risulta arduo senza rischiare forzature interpretative controproducenti.

Il mondo sanitario in epoca classica è popolato di ben definite figure professionali come medici, chirurghi, infermieri, levatrici, ed altre, le quali però convivono, a volte si confondono e si sovrappongono, con tutta una realtà composita fatta di guaritori ed erbuari, balie ed etere, sacerdoti e discepoli, serventi e schiave, ed una pletora di ciarlatani sempre in agguato. In tutto questo diventa quasi un percorso forzato la chiave interpretativa di genere che riconduce a due contesti assistenziali ben definiti: quello militare e quello domestico e comunitario, di cui l’arte classica ci rimanda immagini utili per la conoscenza del panorama sanitario del tempo. Lo storico Shyrock [2] afferma che la presenza delle donne all’interno delle professioni di cura era consentita solo riguardo al ruolo di bambinaie, levatrici, e balie dato che, nella società greca, non era concesso loro di praticare alcuna arte. Il contesto domestico diventa così lo sfondo di quelle pratiche assistenziali sostenute dalle donne. Molte le scene di allattamento, assistenza al parto, tagli cesarei o di semplice accudimento e risposta a bisogni “generici”. Sempre in un kylix , di origine attica, attribuibile all’artista Brygos, databile attorno al 480 a.C. (conservato presso il Martin von Wagner Museum di Wurzburg), viene rappresentata una figura femminile (una hetaira, una sorta di cortigiana personale) che assiste un individuo che sta vomitando, sorreggendogli il capo (Fig. 2).

Fig. 2: Kylix attico, 480 a.C., Martin von Wagner Museum di Wurzburg

Fig. 3: Ariballo di Peytel, Museo del Louvre

Di rilievo invece quei manufatti che riescono a mostrare figure e scene che vanno oltre la semplice azione del singolo personaggio o professionista, restituendo un respiro maggiore al quadro interpretativo. In questo, è il caso esemplare dell’ariballo di Peytel conservato al Louvre di Parigi [3] e databile attorno al 470 – 480 a.C. circa (Fig. 3). L’ariballo è un vaso proprio del mondo antico, di circa 7 – 8 cm di diametro, utilizzato in genere per contenere olii o unguenti di sorta. Quello conservato nel museo parigino ha la proprietà di rappresentare una “giornata media” all’interno di un ambulatorio medico (iatreion) del tempo. Sulla sua superficie si distinguono sette figure in totale, più due angeli posti sulla spalla del vaso, probabilmente quali intermediari simbolici del favore degli dei. La figura principale è quella di un medico, o comunque di un guaritore, intento a praticare un salasso verso un paziente posto accanto ad un bacile in cui verrà raccolto il sangue. In alto dominano alcune “coppette”, utili strumenti di regolazione dei fluidi, secondo la medicina ippocratica del tempo. La terza figura è quella di un individuo seduto, appoggiato ad un bastone e in attesa del suo turno; mostra una fasciatura a croce ad un braccio. Seguono altri soggetti, chi con altre fasciature (evidenziate dal colore bianco), al petto e alla caviglia, e chi sembra poi portatore di eruzioni cutanee a livello addominale intento a discutere con un altro personaggio, un nano (probabilmente affetto da acondroplasia), nudo, con segni di infibulazione maschile, e che reca sulle spalle una lepre. Alcuni hanno interpretato questa figura come l’aiutante del medico stesso che riceve il pagamento in natura – la lepre appunto – per la visita da effettuare. Altri vi ravvisano un semplice paziente che porta con se la lepre per pagare egli stesso la prestazione.

A queste interpretazioni se ne può aggiungere una terza. I due soggetti in esame sono pazienti che stanno discutendo fra loro. La figura più alta presenta delle manifestazioni cutanee nell’addome che mostra al nano scoprendole in parte dalle fasciature con la mano sinistra, da cui penzola un lembo di benda. Il nano per conto suo presenta le stesse lesioni in maniera più diffusa. Non è facile capire che tipo di lesioni siano, ma la rappresentazione pittorica riportata sulla cute di entrambe le figure sembrerebbe rispondere al rilievo generico fatto da due autori, Wickkiser e Dasen [4] [5] [6], sulla presenza di skin irritations raffigurate nel vaso. A queste considerazioni se ne può aggiungere una ulteriore legata alla presenza degli stessi segni sull’addome dell’animale morto portato in spalla dal nano; quasi ad indicare in maniera molto stilizzata la possibile presenza di un’antropozoonosi? Difficile affermarlo anche se l’idea può risultare abbastanza suggestiva, e le conseguenti ipotesi cliniche possibili molteplici. Una su tutte, a titolo meramente esemplificativo, potrebbe riferirsi ad una malattia causata da microsporum canis, che interessa cani e gatti, ma anche conigli e animali selvatici. Oltre quanto scritto nulla di più si può affermare restando comunque nell’ambito di un’ipotesi affascinante, quest’ultima riportata, che rischia però di lasciarsi suggestionare, forse, da ciò che in realtà non è altro che la banale rappresentazione grafica del vello di due personaggi.

Ad ogni modo l’ariballo di Peytel si rivela una importante fonte storiografica del mondo sanitario classico. Da un lato può rappresentare la testimonianza della quotidianetà di un ambulatorio medico, dall’altro però non va dimenticato che esso resta comunque un manufatto con la funzione precisa di contenitore di sostanze medicamentose: essenze, unguenti, oli o che altro, e come ogni buon contenitore di medicamenti può riportare sulla superficie esterna le indicazioni d’uso che possono riferirsi, come in questo caso, a lesioni cutanee da taglio (flebotomia), ustioni ed ematomi (da coppettazione)[7], lesioni di varia natura per cui è previsto un bendaggio oppure, ecco ritornare le suggestioni interpretative, eruzioni da contagio animale; importanti in una società arcaica, agricola e pastorale dell’Europa del Sud dove alcune patologie da dermatofita potevano diffondersi maggiormente. Un contenitore di medicamenti quindi, utili anche per quelle persone più fragili, rappresentate in maniera un po’ rudimentale dalla deformità nuda del nano.

L’ariballo di per sé è un contenitore abbastanza piccolo e bombato, che molto spesso assumeva la forma di un animale in termini simbolici e propiziatori, perché dunque non riprodurre anche in forma pittorica un ambiente sanitario assieme alle sue garanzie di professionalità, correlate all’immagine della figura medica, dei suoi strumenti ordinati (le coppette e il bacile) e di colui che potrebbe essere interpretato come un assistente, un infermiere, identificabile nella settima figura, posta alle spalle del medico. Immagini che contribuiscono a costruire la bellezza e l’importanza dell’oggetto, e a specificarne la funzione più di semplici iscrizioni, risultando così alla portata interpretativa di tutti. E’ bene fermarsi qui e non invadere campi di interesse e di studio altrui, però quello descritto resta un quadro affascinante, forse un po’ troppo, che ha l’indubbio merito di chiamare il professionista alla lettura articolata del passato in funzione del presente, come affermava lo storico francese Marc Bloch [8], per un presente in funzione del passato, al fine di ricostruire una memoria collettiva, frutto di un lavoro di raccolta continua di informazioni funzionali a definire sempre più in maniera nitida il mosaico della storia passata dell’umanità e, nello specifico, dell’arte medica ed assistenziale.

Riferimenti bibliografici

  1. Ghiretti, G. (2010). Luoghi e strumenti della professione medica antica. La testimonianza dei papiri greci d’Egitto
  2. Shryock, R. H. (1959). The history of nursing: an interpretation of the social and medical factors involved. Saunders [3] Département des Antiquités Grecques Musée du Louvre, & Denoyelle, M. (1994). Chefs-d’oeuvre de la céramique grecque dans les collections du Louvre. M. C. Bianchini (Ed.). Réunion des musées nationaux
  3. Wickkiser, B. L. (2008). Asklepios, medicine, and the politics of healing in fifth-century Greece: between craft and cult. JHU Press
  4. Wickkiser, B.L..(2003) The Appeal of Asklepios and the Politics of Healing in the Greco-Roman World, pag. 26
  5. Dasen, V. (2013). Dwarfs in ancient Egypt and Greece. Oxford University Press on Demand
  6. Krötzl, C, Mustakallio, K. (2016). Infirmity in Antiquity and the Middle Ages: Social and Cultural Approaches to Health, Weakness and Care. Routledge
  7. Bloch, M. (1998). Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino
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