Il linguaggio delle medicina scientifica e i sentimenti della salute e della malattia: grammatiche sociali a confronto

Sono grato alla vita… A volte nella Foto di Carlo Urbani
solitudine del viaggio, nel crepuscolo
del sonno, sorrido, e quasi piango, a
pensare quanto vedo, a quanto sento
scorrermi intorno, al profumo degli
occhi che incrocio, ed al sapore di
questa vita colorata, una macedonia
di gioie, rabbie, piacere e tristezza,
schiaffi e dolci carezze…
Carlo Urbani

 

 

 

C’è la realtà, necessaria come un dato naturale, esterna ma interiorizzata nel profondo, fatta di oggetti d’uso quotidiano, tecnologie, arredamenti di interni e architetture, e poi rituali, istituzioni, status e ruoli, schemi a noi familiari e rassicuranti, prevedibili e regolari, come un pendolo.

C’è questa realtà, e poi c’è l’immaginazione sociologica, che guarda oltre l’apparenza dei fatti, con la curiosità della prima volta e con la capacità, per quanto possibile, di estraniarsi.

Questa realtà è fatta di parole, dietro ognuna di esse c’è il mare. Le parole costruiscono mondi, possono avvicinare o escludere, sedurre o generare equivoci. “Le parole sono di tutti” ripeteva Sofia da piccola, senza sapere che sono anche armi potentissime, possono condannare a morte o curare e salvare vite umane.

Tutta la realtà è una costruzione sociale, la realtà umana in un mondo umano, l’unico a noi accessibile e per noi praticabile, attraverso l’uso e l’interpretazione di formule linguistiche: “…parlar chiaro è difficile. Due persone che parlano sono come due mondi diversi che tentano di entrare in comunicazione” (Valdrè, p.5).

Nell’incontro tra un medico e un paziente questa contrapposizione di mondi, l’uno di fronte all’altro, appare con evidenza. Da un lato c’è il linguaggio della scienza, dall’altro il sentimento della salute e della malattia, il benessere e la sofferenza psico-fisici, anch’essi in qualche modo socialmente mediati, perché ogni esperienza umana, al limite anche in forme sottili e impercettibili, risulta sempre filtrata ed elaborata in chiave simbolica, all’interno degli universi significativi vigenti.

La medicina scientifica segue ed esegue protocolli, osserva, classifica, procede a misurazioni, valuta, secondo le metodologie a cui è informata, come  giusto, come qualsiasi altra scienza, con le stesse “certezze”, almeno così come appaiono nell’accezione dell’eco positivistica ancora rimasta negli schemi mentali e nel lessico ordinari, mentre la riflessione epistemologica  nel frattempo si è spinta su altre vie.

Ma essa è anche parte di un sistema, capitalistico e globale, che incorpora tutto, esseri umani e cose, cultura, arti e scienze, medicina compresa, all’interno di una  propria normatività totalizzante, il cui parametro fondamentale, il denaro, è una assenza di valore intrinseco, un “supersimbolo” che rappresenta la misura sociale di tutto, anche di se stesso. Alle presunte certezze delle culture arcaiche, e successivamente delle ideologie (scienza inclusa), questo nuovo ordine sostituisce la certezza del vuoto, l’indifferenza ontologica tra ciò che appartiene alla vita e il mondo delle cose, la loro intercambiabilità, all’interno di un macchinario il cui unico senso consiste nella propria efficienza. In tutto questo non c’è spazio per l’umano, se non inteso come “accidente”, elemento contingente, la cui valorizzazione è condizionata ad un criterio di funzionalità.

Questi sono i linguaggi dominanti, con cui la medicina occidentale si esprime ed è chiamata a confrontarsi, una medicina “muta”, che non si rivolge all’umano, e ne parla solo come “res extensa”; una scienza “non umana”, che pure è oggetto di aspettative e di speranze, spesso al centro di situazioni drammatiche, e il cui esito, se non altro da un punto di vista statistico, è stato ed è sicuramente un maggior numero di guarigioni. Per lei si potrebbe affermare quanto è stato detto a proposito del “sociale allo stato puro (Capitale)”, il quale “salva vite, trapianta organi da un corpo all’altro, cura malattie. E cosparge tutto il mondo di una sua pace superficiale (che non è poco). E, tuttavia, … non conosce né la salute né la vita” (Piazzi, p.380).

Dall’altro lato del tavolo c’è invece proprio la vita umana, con la sua fatica, la sua sofferenza, individuale e relazionale, e di fronte si trova una medicina “sorda” a questi linguaggi.

Ciascuna biografia è situata ad un crocevia tra personale e collettivo, ontogenesi e filogenesi, psicologie e sociologie che raccontano, intersecandosi, le storie delle nostre esistenze.

E ciascuna biografia risulta necessariamente immersa in alcuni elementi invarianti: c’è sempre una nascita, poi ci sono nuove nascite, per tutta la vita, una dopo l’altra. Ci sono incontri, sempre rischiosi, imprevedibili, mediati dall’incertezza dei linguaggi, come specchi per riconoscersi, l’uno nell’altro. E c’è la cura, una cura continua, che è capacità di mettersi in ascolto e di sapere aspettare, è “terapia” nella sua accezione più strettamente etimologica di “porsi al servizio”, “porgere la mano”, e anche “prendere per mano”, diversamente da un approccio basato unicamente sull’informazione, che “rinuncia alla mano”, alla curiosità empatica di chi si porta all’orecchio una conchiglia (Donini, p.178 e ss. e seconda di copertina).

Un’estate a Senigallia, Matteo (3 anni), sprofondato nel suo salvagente, pochi metri lontano, ripeteva, quasi a se stesso: “siamo tutti soli…”. Siamo soli, ciascuno dentro la propria esperienza privata, in ultima istanza incondivisibile  e difficilmente comunicabile. E ciascuno è come un sole, cioè valore in sé, evento irripetibile. La medicina ha il compito di chinarsi, con la stessa pazienza maieutica dell’insegnante, ad ascoltare il suo battito, il suo ritmo unico. Come un racconto.

 

BIBLIOGRAFIA

  • L.Berger, Th.Luckmann, La realtà come costruzione sociale, il Mulino, Bologna 1969
  • Donini, Come si ascolta una conchiglia. Il senso capovolto nella medicina moderna, Quattroventi, Urbino 2002
  • Freidson, La dominanza medica. Le basi sociali della malattia e delle istituzioni sanitarie, Angeli, Milano 2002
  • Loiacono, Verso una nuova specie. Disagio diffuso, salute e comunità globale, Edistampa Nuova Specie, Foggia 2000
  • Manattini, P.Stauder (a cura di), Il silenzio per dirlo. Crisi della comunicazione sociale e ambiente umano, Quattroventi, Urbino 2000
  • Mancini, Il silenzio via verso la vita, Comunità di Bose, Magnano 2002
  • Piazzi, La ragazza e il Direttore, Angeli, Milano 1997
  • Ponzio, Elogio dell’infunzionale. Critica dell’ideologia della produttività, Castelvecchi, Roma 1997
  • Popitz, Verso una società artificiale, Editori Riuniti, Roma 1996
  • Stauder, La memoria e l’attesa, Quattroventi, Urbino 1999
  • Urbani, Immagini e parole, Edizioni Sagraf, Castelferretti (Falconara M.) 2004
  • Valdrè, Medicina muta. La malattia tra oggettività e sentimento, Rusconi, Milano 1995
  • Watzlawick, J.H.Beavin, D.D.Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971
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